Guanti a Pois

Si abbottona la giacca e stringe la sciarpa sino a soffocare. Le mani coperte da ridicoli guanti, che forse sono davvero a pois e confezionati a mano, cercano ancor più riparo tra le tasche dove c’è un biglietto. Letto sorseggiando una cioccolata neanche troppo calda in quel bar dove fanno la torta di mele più orribile. La crosta è burrosa sì, ma è irrimediabilmente cruda ogni volta. E in quel vetro ormai troppo sporco, vicino a poltrone simili a panchine ricoperte in pelle bianca  in pieno stile anni cinquanta, non si vedono bene le giostre. Le stesse che giravano velocissimamente tra luci e urla durante la stagione estiva. Si chiede se le luci cambino intensità durante le diverse stagioni mentre ingoia quel cacao amaro scadente da supermercato, pieno di pretese nel menù. Cioccolata calda speziata. Da cosa, si domandava, guardando la cameriera ormai stanca del suo turno, vita e compagno che l’aspettava a casa giusto per farsi aprire una birra forse ancora più scadente di quella brodaglia. Altro che feromoni. Un’improvvisa depressione e azzeramento delle capacità cognitive. I soldi più mal spesi della giornata e fuori.

Si abbottona la giacca con la sua bocca impastata di grumi perchè non è che non ci fossero nella schifosa bevanda. Forse andava setacciata? Sarebbe il caso di tornare indietro e perlomeno chiedere spiegazioni riguardo al setaccio o la priorità assoluta doveva essere chiederle il perchè non fuggisse via da quelle panchine sgualcite e da quella divisa troppo stretta, perchè nonostante fosse davvero immangiabile nei momenti di sconforto quella torta di mele cruda alla base con un ripieno schifosamente lezioso era l’unico modo per volersi bene. No. Non aveva il tempo per il cacao setacciato, la torta di mele e la cameriera affranta. Ma non aveva neanche il tempo per pensare al perchè si trovasse lì. Nello stesso identico posto dove un anno prima era successo.

Si abbottona la giacca e mentre il sapore dei pop corn e il rumore delle risate sembra che gli girino intorno come girotondi di incubi e ricordi, con passo deciso si avvia in quell’angolo dove adesso c’è soltanto un motorino dismesso dal colore improponibile come i pois dei guanti. Ma sono davvero dei pois? C’era un gioco con delle bottiglie. Lanciavi un cerchio e se centravi la bottiglia il pesce rosso era tuo. Il pesce rosso lo voleva disperatamente perchè quando era giovane in casa era proibito segregare un cosino con le branchie in meno di venti centimetri quadrati. Vincerlo alle giostre era un pretesto per salvarlo e mentre il piano diabolico di possedere un pesce rosso prendeva corpo tra urla di gioia ed esortazioni a provare lo specchio magico poco distante, rideva. Rideva e sognava. Centrava bottiglie e andava all’obiettivo. Realizzava sogni chiusi in venti centimetri quadrati e sì. Era assolutamente un momento di potere assoluto.

Si abbottona la giacca senza aver mai posseduto un pesciolino rosso e uno spazio di sogni riempito di acqua mentre osserva le sue scarpe con quella ridicola punta tonda perchè è l’anno della punta tonda. Gioca con le parole e punta puntando come uno scoiattolo e punta fiche su un tavolo da gioco puntando un pesciolino rosso. Giocandosi sogni. La temperatura è davvero bassa e quando si gira la cameriera entra in una Ford scassata che borbotta come un vecchio tradizionalista davanti a un ragazzotto tatuato che sarà drogato. Di vita o disegno poco importa. Un cane passa e fissandosi negli occhi capiscono entrambi che quella sera non c’è una differenza sostanziale tra di loro. Meglio cane che gatto. Quest’ultimo avrebbe mangiato il pesce e i sogni mentre il cane no. Un presagio di ottimismo.

Si sbottona la giacca.

Si sbottona la giacca e si spoglia dei guanti che non si è ancora capito se siano a pois mentre il cane è ormai vicino alla spazzatura e rifiuta la torta di mela buttata dalla cameriera, che ha deciso che da quella sera è a dieta, per poi ricominciare l’indomani mattina dopo essere tornata nella stessa casa e nella stessa vita con lo stesso uomo senza rispetto. E con la giacca sbottonata si tira un po’ i capelli come fa nella sua stanza senza nessuno e.

E piange. Nello stesso posto dove lei non c’è più. Dove non ha vinto il pesce per lei e dove non le ha fatto assaggiare quella cioccolata schifosa. Avrebbero riso e sputacchiato grumi. Erano talmente divertenti il ridicolo e lo schifo della vita con lei. Sgozzata dall’amore e recisa nelle arterie dei sogni. Quando un uomo piccolo, ma proprio piccolo, vestito da clown ha corso velocissimamente verso di loro. Senza fermarsi. Gridando. Urlando. E davanti alla gente impazzita dalla felicità per il giro sul Tagadà le è saltato addosso. Sgozzandola. Tagliandole la gola. Facendo esplodere fiotti di sangue tra bottiglie spaccate e non più centrate e pesci morti come i sogni su un terreno insaguinato.

E lui era rimasto lì. A guardare la furia omicida senza occhi di una parrucca più alta del mostro che la indossava. Riccia e rossa. Mentre il cerone bianco colava e si mischiava al sangue. Chiedendosi se quei due colori formassero pozze di sangue grandi come i pois dei guanti che avrebbe indossato esattamente un anno dopo.

 Erano di lei. Ma erano pois o no?

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